Film – L’angelo azzurro

Milano, 24.7.2017

REGIA: Josef von Sternberg SCENEGGIATURA: Carl Zuckmayer, Karl Vollmoller, Heinrich Mann, Robert Liebmann, Josef von Sternberg FOTOGRAFIA: Günther Rittau MONTAGGIO: S.K. Winston, Walter Klee INTERPRETI: Emil Jannings, Marlene Dietrich, Kurt Gerron, Hans Albers, Reinhold Bernt, Eduard Von Winterstein, Carl Balhaus, Robert Klein-Lork, Rolf Muller, Roland Varno, Wilhelm Diegelmann, Gerhard Bienert, Ilse Furstenberg, Hans Roth, Rosa Valetti, Charles Puffy PRODUZIONE Ufa DISTRIBUZIONE: Ufa Paramount Indief – Avo Film, Ricordi Video, Nuova Eri, Cde Home Video DURATA: 109 Min

Un professore di liceo, il prof. Unrat, viene a sapere che i suoi allievi frequentano un locale equivoco, l'”Angelo Azzurro”, dove si esibisce una compagnia d’artisti di varietà, tra cui c’è la giovane e procace ballerina, Lola. Una sera il prof. Unrat si reca nel locale per sorprendere gli studenti ma per una serie di circostanze finisce nel camerino di Lola. Innamorato della bella ballerina, torna a farle visita più volte e infine la sposa. Lasciata la cattedra per seguire la moglie, in poco tempo finisce i suoi risparmi ed è costretto ad adempiere le mansioni più umilianti all’interno della compagnia. Quando gli viene comunicato che la compagnia ha ottenuto un’ottima scrittura nella cittadina dove insegnava, in un primo momento rifiuta di presentarsi al pubblico, ma poi deve cedere alla volontà tirannica della moglie. Si presenta così sul palco, vestito da pagliaccio, come assistente del prestigiatore che ad un certo punto, tra gli schiamazzi del pubblico, gli impone d’imitare il verso del gallo. Unrat si rifiuta e in un accesso d’improvvisa follia, lascia la scena e assale la moglie tentando di strozzarla. Impeditone, corre barcollando verso la sua antica scuola, e una volta entrato nell’aula, cade riverso sulla cattedra e muore.
Il ritratto, attraverso la vicenda del professor Unrat, del declino di una nazione alla vigilia dell’arrivo del nazismo. Dal punto di vista poetico risente in modo positivo dell’ espressionismo (vedi la sequenza che accompagna il professore al night-club con le scenografie di Otto Hunte che richiamano un’opera importante come “ Il gabinetto del dott. Caligari” ) ma è anche un ritratto che colpisce gli spettatori. A questo si aggiunga la superba prova degli interpreti.

LA CRITICA

Uno dei film più famosi della storia del cinema, nonché pietra miliare nell’edificazione della leggenda personale di Marlene Dietrich. Vi si respira un erotismo vicino a quello dei dipinti di Toulouse-Lautrec. Il quadro della provincia tedesca è dipinto senza pietà. (FilmTv)
Il film è del 1930. È il grande momento della Germania, della Repubblica di Weimar che rappresenta la più alta manifestazione culturale del nostro secolo. Un vero fenomeno, una sorta di Rinascimento del diciannovesimo secolo. Letteratura, teatro, pittura, design, scienze, cinema: Weimar detta nuove regole al mondo. Sono invenzioni fondamentali i cui segni rimangono vivi e attivi anche nel nostro tempo. Una delle parole chiave è “espressionismo”. Un gruppo di autori di lingua tedesca come Lang, Murnau e von Sternberg trova questa nuova forma, mediata dalle arti figurative, importantissima, decisiva. Molti di questi autori, dopo il 1933, con l’avvento di Hitler, abbandoneranno il loro paese portando la corrente in tutto il mondo civile, soprattutto in America. Marlene Dietrich arrivava nel momento più opportuno, a rappresentare qualcosa di ben più vasto di una parte in un film. Catalizzava fisicamente quella tendenza. Ne era, forse inconsapevolmente, una sorta di sintesi. Veniva da ruoli insignificanti e si trovò titolare di un personaggio, Lola Lola, che avrebbe costruito un precedente imprescindibile tramandato per decenni dalla stessa Dietrich e imitato con assoluta trasparenza. I grandi segni erano: cappello a cilindro, calze e giarrettiere nere, boa di piume. Di suo l’attrice ci mise una voce roca e profonda, una carnagione bianchissima di contrasto e due gambe notevoli. L’Angelo azzurro era tratto dal romanzo di Heinrich Mann Il professor Unrath. Protagonista il grande attore tedesco Emil Jannings. Il professore si innamora della cantante e diventa letteralmente suo schiavo. Perde, insieme al lavoro, la stima dei suoi allievi e quella di se stesso. Si rende grottesco e ridicolo. Alla fine muore nell’aula in cui, anni prima, insegnava. Fra le tante imitazioni di Lola Lola una in particolare si fa ricordare: quella di Liza Minnelli in Cabaret. Emigrata in America, insieme al suo scopritore Sternberg, Marlene divenne (come la Garbo e la Bergman) una delle grandi conquistatrici europee di Hollywood, partner dei massimi divi dell’epoca. Quasi sessantenne, mostrava ancore quelle gambe. ( Pino Farinotti )

…… “L’angelo azzurro” è quindi un film nevralgico, un crocevia: Weimar sta per cedere a Hitler; il sonoro soppianta definitivamente il muto (nonostante la resistenza quasi eroica di Murnau e Chaplin); l’espressionismo si gioca le sue ultimissime carte: legato indissolubilmente al muto, nel nostro film si arrocca negli esterni, in quei brevi tratti che portano dalla casa di Rath al ginnasio e da questo all’Angelo azzurro, lungo le cui strade il campanile rintocca le ore e le finestre sono sempre sigillate come se fosse in atto una guerra tra il mondo dentro e il mondo fuori e fosse quest’ultimo, accartocciato nelle deformazioni espressioniste, a costringere i protagonisti in quegli anfratti coperti dove sconteranno il loro destino. Così, come il film si apre su un uccellino in gabbia morto, allo stesso modo Unrat (come lo chiamano i suoi studenti, “spazzatura”) non trova mai scampo al magnetismo di Lola e inizia a girare a vuoto tra cantine e boudoir, palcoscenico e palchetti, salvo quando è ormai troppo tardi e finalmente libero corre, corre verso la sua antica cattedra di professore d’inglese sulla quale si accascia. Lo spazio recitativo è angosciosamente intasato, pieno di cose, carabattole, cordami, trucchi, scale… un caos che repelle ma ancor più affascina l’austero professore totalmente impreparato a un novecento nel quale solo in quel momento si rende conto di essere. Non a caso il pretesto letterario del film è il romanzo di Heirich Mann (fratello del più celebre Thomas) che lo aveva ambientato nella Germania guglielmina, ottocentesca: Rath infatti è uno stereotipo di certo autoritarismo così come ce lo hanno tramandato i grandi romanzieri dell’epoca, a cominciare da Robert Musil ne “I turbamenti del giovane Torless”. È un peccato che la psicoanalisi post-freudiana e un non sempre acuto Siegfried Kracauer abbiano sintetizzato la parabola del professore come l’esercizio di un autoritarismo considerato sadismo e/o impotenza sessuale. È un peccato perché il salto temporale azzera in realtà ogni valore alle analisi…… È un fatto che Sternberg fatti salvi il precedente “Underworld” e il successivo “Morocco” (“Marocco”, 1930) non ritrovò mai più la prodigiosa sintesi de “L’angelo azzurro” che procede con un montaggio vorticoso ma sempre intelligibile. Partito al piccolo trotto, si preoccupa in primis di definire i personaggi e le loro psicologie, impiegando la prima metà del film per incasellarli tutti. La seconda metà diventa invece una sarabanda vertiginosa che grazie alle informazioni propalate nella prima ci aiuta a operare tutti i salti logici e temporali che ci avviano verso un finale sì fatale e naturale ma quasi a sorpresa. (Piero Calò – Ondacinema)

Dal romanzo Il professor Unrat (1905) di Heinrich Mann: un anziano insegnante s’invaghisce della sciantosa Lola-Lola che si esibisce a Der blaue Angel e, dopo averla sposata, scende la scala dell’abiezione. Capolavoro del primo cinema tedesco sonoro, trasformò in star una poco nota cantante e attrice (che aveva già partecipato a 17 film dal 1923), arricchì l’immaginario collettivo di un nuovo mito di donna fatale, non lontano dalla Lulu di Wedekind, segnò l’inizio del sodalizio Sternberg-Dietrich, durato altri 7 film a Hollywood. Il turgido istrionismo masochistico di Jannings s’oppone alla pura “apparenza” quasi grafica della Dietrich. Le memorabili canzoni sono di Frederick Hollander. Esiste una contemporanea versione inglese. Rifatto a Hollywood nel ’59. (Morando Morandini)

Heinrich Mann (1871-1950) era stato esplicito sin dal titolo. Il suo romanzo, pubblicato nel 1905, si intitolava Il professor Unrat ovvero la caduta di un tiranno. Nulla avrebbe ripugnato di più, allo scrittore che nel 1916 portò a termine una spietata requisitoria contro la Germania guglielmina (Der Untertan: il suddito), di una storia truccata o allusiva. Sternberg fece finta di non capire. Chiamato in Germania da Erich Pommer per dirigere il suo primo film sonoro (e per contribuire autorevolmente, lui regista di raffinato stile, alle fortune culturali della U.F.A.), mise da parte ogni intento sociologico, semplificò l’orditura della storia manniana, ne spostò la collocazione ai tempi moderni (la Germania imperiale di fine Ottocento non la conosceva affatto, né gli interessava) e ne estrasse una dolente riflessione sul destino umano. Come tutti gli intellettuali “irregolari”, avvezzi a immergere le mani nella sottocultura del feuilleton per soddisfare le esigenze dell’industria cinematografica, egli aveva la tendenza a generalizzare: si sentiva più vicino a una idea astratta dell’uomo che non alle materiali trame della storia. The Docks of New York era imbevuto di sentimentalismo e di luoghi comuni: sarebbe riuscito una ennesima variante della “irrealtà” melodrammatica se il regista non avesse saputo sconvolgerne i meccanismi narrativi e fare di essi il pretesto per una indagine sulla magia del linguaggio cinematografico. Der blaue Engel resta nell’universo “magico” della illusione. Gli ambienti del film – interni ed esterni – sono tutti costruiti in studio. Le atmosfere (di angoscia, di sarcasmo, di disperazione) sono il prodotto di una preziosa illuminazione (le scene, le quinte e la sala del cabaret; la camera di Lola-Lola; le vie notturne della città; l’aula del liceo) e di un uso attento e suggestivo del suono (le canzoni di Lola-Lola, soprattutto “Ich bin von Kopf bis Fuss auf Liebe eingestellt”; i rintocchi ricorrenti del campanile; i versi del gallo e della gallina al pranzo di nozze; il chicchirichì finale). Inoltre, la presenza sconvolgente (nel doppio senso narrativo e simbolico) della donna, incarnazione stupenda ma inespressiva (archetipo più che essere umano) del Male, si consuma tutta in atteggiamenti codificati rigidamente (la seduzione, la perfidia, l’indifferenza, la provocazione) e ignora la psicologia. I personaggi sono pupazzi del “teatrino” della vita, e gli ambienti in cui il dramma rituale-melodrammatico si svolge sono un vero teatro (il cabaret) ma di infimo ordine, come si addice a una storia di underworld, di vita degradata. Certo, si narra anche nel film della caduta di un tiranno, ma quanto è miseranda e degna di compassione la caduta, e quanto era contestata (ossia, palesemente inefficace) la tirannia. Il professor Rath scopre che i suoi allievi frequentano “L’angelo azzurro”, un locale del porto (di nuovo un porto, come in The Docks of New York: il luogo deputato dell’avventura e della depravazione) dove si esibisce la provocante Lola-Lola. Va al cabaret per riportare i ragazzi sulla via dell’onestà ma cade facilmente vittima del fascino della cantante. Perde la testa (il professore vive solo, non conosce donna), torna nel locale, assume atteggiamenti infantili e disdicevoli, subisce lo scherno degli allievi, si fa cacciare dalla scuola. È, ormai, come impazzito. Sposa Lola-Lola, entra a far parte della compagnia di varietà che gira da una città all’altra, si adatta alle più disonorevoli mansioni. Cinque anni dopo, la compagnia ricompare nella città del professore, proprio all’ Angelo Azzurro”. Il povero Rath si presenta sulla scena nelle vesti di un clown, sbeffeggiato secondo copione dal capocomico che gli fa da spalla e applaudito freneticamente dalla folla accorsa allo spettacolo umiliante. Mentre è in scena, l’ex professore vede la moglie fra le braccia dell’acrobata Mazeppa (freddi occhi azzurri da seduttore, gesti felini, come la consuetudine melodrammatica vuole), lancia il suo disperato chicchiricchí e si scaglia su Lola-Lola. Lo immobilizzano. Placato il furore, Rath è un uomo distrutto. Lo lasciano andare. Esce, ripercorre le strade della sua città (il campanile, l’orologio che batte le ore), si introduce furtivamente nel “suo” liceo, siede in cattedra e muore. Un carrello indietro scopre tutta l’aula dove egli un tempo insegnava e dove ora è venuto a concludere una vita sbagliata (a redimersi, melodrammaticamente), e a scomparire, sempre più piccolo sul fondo, fra le mura “pietose” della scuola. Questa volta, Sternberg costruisce un racconto secco e conciso. La magia del suo linguaggio si manifesta, più che attraverso le morbide volute di uno stile analitico, nella precisa concertazione degli effetti. Le marionette dell’azione sono affidate alle capacità magnetiche di un’attrice-simbolo come Marlene Dietrich (che sarà più tardi la diva degli incantevoli film hollywoodiani di Sternberg Morocco, Dishonoured, Shanghai Express, Venus, The Scarlet Empress, The Devil is a Woman), all’istrionismo – qui perfetto – di Jannings e alla sapienza di buoni caratteristi armonia con le direttive della regia. Se si vuole, Der blaue Engel – presentato a Berlino il 1° aprile 1930, in una copia di 2900 metri – può essere letto in chiave sociologica (la distruzione del principio di autorità come rifiuto dei valori di una repubblica che aveva conservato la struttura sociale dell’impero) e in chiave psicoanalitica (la repressione sessuale come caratteristica fondante della personalità autoritaria, secondo la tesi reichiana). Ma è probabile che siano letture solo parzialmente utili, ed è sicuro che hanno un’importanza secondaria dinanzi a questa nuova “consacrazione estetica ” del mondo cui Sternberg amava soprattutto dedicarsi. (Fernaldo Di Giammatteo)



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