Il figlio

Un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne (Belgio, 2002)

Milano, 31.7.2017

REGIA E SCENEGGIATURA: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne FOTOGRAFIA: Alain Marcoen MONTAGGIO: Marie-Hélène Dozo COSTUMi: Monic Parelle INTERPRETI: Olivier Gourmet (Olivier), Morgan Marinne (Francio), Isabella Soupart (Magali), Nassim Hassaini (Omar), Remy Renaud (Philippo), Kevin Leroy (Raoul), Felicien Pitsaer (Steve) PRODUZIONE: Les Films du Fleuve – Archipel 35 – Radio Television Belge Francofone DISTRIBUZIONE: Lucky Red DURATA: 103’

In un istituto per il recupero dei ragazzini usciti dal riformatorio, l’educatore Olivier (Olivier Gourmet) accoglie con inquietudine un nuovo allievo. E’ Francis (Morgan Marinne), sedicenne pallido e assorto assegnato alla falegnameria. Olivier lo spia, stringe con lui un rapporto di vicinanza, poi parla alla ex moglie (Isabella Soupart) di questo complesso relazione, e tutto diventa drammaticamente chiaro.
Chi è quel ragazzo di nome Francis? Se Olivier si rifiuta di prenderlo nella sua officina, perché ha cominciato a seguirlo nei corridoi del centro di formazione, per le strade, nel suo palazzo? Perché è così interessato a lui? Perché sembra così dispiaciuto per lui? Per tenere a bada la disperazione Oliver da anni trasmette a ragazzi che potrebbero essere suoi figli la sua abilità nella falegnameria. Perchè la paternità è anche questa sapienza trasmessa e se a Oliver manca un figlio a Francis manca un padre.

Un racconto morale che usa il lavoro per raccontare l’anima dei personaggi anche attraverso l’essenzialità dei gesti.

 

LA CRITICA

La bellezza di “Il figlio” (doveva chiamarsi “Il padre”: l’indecisione di Jean-Pierre e Luc Dardenne sul titolo ci sembra assai significativa), sta nel non ostentare mai le intenzioni del protagonista. Nel (ri)costruire le conseguenze di una tragedia e le aspettative di una vendetta tra i silenzi, le attese, le pause, la sofferenza implosa. Con una regia che interpreta ma nello stesso tempo resta pudica (macchina da preso a mano ma meno radicale che in “Rosetta”),i Dardenne mettono dunque in scena un racconto morale dove si confrontano, a livello minimale, argomenti di spessore assoluto. Il Male (può avere la faccia di un ragazzino di sedici anni?). La redenzione, la colpa, l’impossibilità di elaborare un lutto (anche qui, un figlio e la suo “stanza”) e persino uno sorta di trascendenza schraderiana (e quindi, bressoniana), nonostante lo sguardo sullo storia di Olivier e Francis, nel suo rigore, sia laicissimo. Ma torniamo al “padre”: la cosa eccezionale del film é il suo punto di partenza, che per stessa ammissione dei Dardenne non è un soggetto narrativamente compiuto e neppure un personaggio. È l’attore stesso che lo interpreta: Olivier Gourmet (già splendido in “Sulle mie labbra”, nel ruolo del gangster proprietario della discoteca). «La sua mole, la sua nuca, il suo volto, i suoi occhi persi dietro gli occhiali». Il cinema si riappropria dei corpi, “del” corpo, e attraverso un procedimento di sottrazione scava nei comportamenti fino a denudare l’anima. “ll figlio” è un’opera che strazia e riconcilia finalmente con la Settima arte. (Mauro Gervasini – Film Tv)

E’ rarissimo incontrare un film che riunisca, come Il figlio, temi di una densità che sfiora la metafisica con un senso così preciso, così fisico, della concretezza delle cose e dei corpi. Il soggetto, degno di Dostoevskij (il delitto, il castigo, il perdono), è incentrato sul rapporto tra il padre di un bambino morto e il ragazzo che lo ha ucciso. Olivier forma apprendisti carpentieri in un centro per il recupero dei delinquenti minorili. L’uomo è sconvolto dall’arrivo di Francis, responsabile della morte di suo figlio; più che cercare la vendetta, tuttavia, egli si sforza di capire: come e perché Francis, che aveva solo undici anni, può avere compiuto un simile delitto? In un crescendo di sorprese, sino al finale. Per affrontare un conflitto morale, etico, psicologico così estremo, Jean-Pierre e Luc Dardenne adottano uno stile visivo senza concessioni, rigoroso fino al rigorismo. In primo luogo, la storia rinuncia a qualsiasi prospettiva temporale risolvendosi in un assoluto presente; meglio, nel singolo istante. Il dramma è messo in scena senza il minimo accenno di retorica, attraverso i corpi – corpi, prima ancora che personaggi – gli oggetti, i gesti quotidiani. La macchina da presa sta addosso a Olivier inquadrandolo in primo piano e in dettaglio, di lato e di schiena, frammentandone l’anatomia e giungendo fino a fargli ostruire la visione. Una sorta di semi-soggettiva ininterrotta che porta lo sguardo dello spettatore a coincidere con quello dei registi e, a tratti, con ciò che vede Olivier. Nel 1999 i Dardenne non ottennero soltanto la Palma d’oro per Rosetta, ma fecero vincere a Emilie Dequenne il premio per la migliore attrice. Quest’anno il trofeo, meritatissimo, è toccato al protagonista del Figlio, Olivier Gourmet: a riprova del fatto che, per i fratelli belgi, la scelta degli interpreti è, già in sé, un atto di regia. (Roberto Nepoti – La Repubblica)

Luc e Jean-Pierre Dardenne sono il cinema ma europeo alla massima espressione serietà e rigore e fondamento. La finzione, con loro, non é mai stata così vera, il cinema, con loro, non é mai stato, da dieci anni a questa parte, così profondamente legato all’etica dello sguardo e al rigore del dramma. Il figlio, l’ultima prova dei registi belgi dopo La promessa e Rosetta, ruota intorno a un doppio pedinamento. Un falegname, Olivier, che lavora con minori “a rischio” appena usciti dal riformatorio e che si prova a reintegrare nel mondo del lavoro (e, attraverso questo, nel mondo della vita fuori dal carcere) incomincia a pedinare ossessivamente, dentro e fuori la falegnameria, uno dei ragazzi che gli sono affidati, Francis. Il secondo “pedinatore” é la macchina da presa, lo sguardo dei Dardenne, e attraverso questo il nostro. La macchina segue “a pochi centimetri” Olivier, il falegname: lo scruta, lo inquadra di lato, di spalle, dietro la nuca, lo minaccia, lo controlla. Ma che rapporto c’è tra il falegname e il ragazzo? Quale il motivo di tanta curiosità? Quali le risposte che il falegname cerca? Montato come un thriller, Il figlio é la storia di questo rapporto e dei tanti che questo immediatamente suscita, fino a quando, poco a poco, si disvela il reale motivo di tanto pedinare, di tanto cercare e cercarsi: Francis, anni prima, ha ucciso il figlio di 0livier mentre cercava di rubare un’autoradio. Non c’è odio in 0livier, né voglia di vendetta, né particolari, borghesi tormenti. E non c’è neanche l’intento di rieducare il “deviato”. C’è solo un padre – un proletario di un hinterland spaesante che oggi in Europa, solo i Dardenne sanno ancora rappresentare senza infingimenti – con la sua concretissima voglia di elaborare il proprio lutto, parlando con l’assassino, conoscendolo. Tutto qua. L’occhio dei Dardenne é lucido, scarno, realista sino all’estremo: di un realismo che è la pura e semplice realtà, e mai poetica del realismo. E l’elaborazione del lutto, o la conoscenza di ciò che é stato banalità del male, non passa mai attraverso una predisposizione pedagogica. La natura del loro rapporto é tutta in “quell’ insegnami un mestiere” che Francis chiede a 0livier: un rapporto attraversato dal legno e dalla sua lavorazione, dalle sue venature e dai rumori del suo taglio. Nella materialità e nel tempo del lavoro come chiavi di una “distanza” che si prova ricomporre é il rigore del film dei Dardenne: la trasmissione di un mestiere é trasmissione di valori minimi, umani. É il luogo di un incontro (o re-incontro) anche per la più lacerata delle distanze: quella tra un baby-assassino e il padre della vittima. Non ci sono, nel cinema e nella letteratura europea, opere che abbiano con una pari moralità trattato questo dramma…….. Non abbiamo timore a dire che quella del film dei Dardenne é un’etica proletaria, un’etica che viene dal senso delle cose e dal farsi di una relazione, al di là della colpa, al di là delle risposte da dare al male, al di là di questo stesso male. (Dario Zonta – L’Unità)

 

Macchina a mano sempre in movimento, primi e primissimi piani molto spesso di spalle, nemmeno una nota in tutto il film ma una vera partitura di musica concreta per martello, sega e trapano, i rumori che scandiscono la giornata di un carpentiere, Le fils cinge d’assedio Olivier fino a farci quasi ascoltare i suoi pensieri. E quella che potrebbe sembrare una regia casuale, da reportage, nasconde una consapevolezza totale. Abbiamo confrontato gli appunti presi in sala con quelli dei Dardenne: liberi di non crederci, ma sono quasi le stesse parole. La nuca, gli occhiali, quel metro che misura la distanza fra Olivier e Francis, i corpi sempre in pericolo in cima alle scale, fra le assi pesanti e scivolose. E sotto a tutto questo la colpa, il rimorso, la paura, la vendetta, il perdono. Non si può chiedere di più. (Fabio Ferzetti – Il Messaggero)



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