Cinema e lavoro – Velocità massima

Un film di Daniele Vicari (Italia, 2002)

Milano, 1.9.2017

REGIA Daniele Vicari SCENEGGIATURA Maura Nuccetelli, Laura Paolucci, Daniele Vicari FOTOGRAFIA Gherardo Gossi MONTAGGIO Marco Spoletini MUSICHE Massimo Zamboni SCENOGRAFIA Marta Maffucci INTERPRETI Valerio Mastandrea, Cristiano Morroni, Alessia Barela, Massimiliano Varrese, Ivano de Matteo, Emanuela Barilozzi, Massimiliano Dau, Ennio Girolami, Sara Franchetti, Tullio Sorrentino, Luca Paniconi, Antonio Obino Produttore Domenico Procacci CASA DI PRODUZIONE Fandango / Medusa Film DISTRIBUZIONE Medusa Film DURATA 111 min.

Claudio è un diciassettenne aspirante meccanico, che inizia a lavorare nell’officina di Stefano contro il volere del padre. Mostra subito un vero talento per i motori, tanto che Stefano lo tratta freddamente non sopportando di essere meno bravo di un ragazzino. Una sera Stefano decide di portarlo con sé presso l’obelisco, dove si radunano i tanti appassionati di motori nei fine settimana per organizzare, tra l’altro, qualche gara clandestina. Entrati quindi in un giro di corse clandestine, incontriamo Fischio, proprietario di una Toyota Celica. Inizialmente la Lancia Delta di Stefano ha la peggio contro l’auto di Fischio, tanto che Claudio decide di riesumare una vecchia Ford Sierra Cosworth dall’autofficina di Stefano. Quest’ultimo, dapprima indispettito dal comportamento del ragazzo che sembra solo perder tempo in officina, rimane stupito dalle capacità che Claudio dimostra di possedere: dopo una prima elaborazione sommaria della Sierra, gareggiano di nuovo contro Fischio e pur non vincendo, riescono ad umiliare l’avversario. Decidono così di sistemare e preparare l’auto per renderla migliore. Claudio però comincia a trascurare il lavoro quando si innamora di Giovanna; la loro relazione viene ostacolata da Stefano, in difficoltà economiche anche a causa dei soldi spesi per la Sierra, che spera nell’aiuto di Claudio per potersi risollevare vincendo una gara pericolosa nella quale scommettono 40 milioni di lire contro Fischio. Intanto, Giovanna ha lasciato Claudio: poco prima si era scoperto che l’antipatia che Stefano nutriva nei suoi confronti era dovuta ad una loro precedente relazione, e durante un momento di assenza di Claudio, i due avevano finito per avere un rapporto sessuale. Poco prima della gara, Giovanna sbatte la verità in faccia a Claudio, che si confronterà con Stefano: a questo punto Claudio rimane freddo e impassibile, facendo rischiare a Stefano di perdere la gara. Poi, proprio mentre l’auto comincia ad andare male, decide di fare un ultimo gesto verso l’ormai ex amico Stefano e reimposta manualmente i valori dell’overboost: l’auto torna a correre riuscendo a battere la Celica. Il mattino dopo, Stefano si sveglia e affacciatosi sul cortile dell’officina trova la Sierra completamente smontata, e tutte le sue parti disposte per terra, ultimo gesto di Claudio, che ormai è andato via.

Un film sul proletariato giovanile e sul popolo delle corse girato in modo semplice ma efficace. Il passaggio dal documentario al lungometraggio di Vicari si apre con buone prospettive che non verranno deluse.

LA CRITICA

Una sceneggiatura cucita addosso a Valerio Mastandrea con il suo sguardo solo apparentemente svagato e un atteggiamento nei confronti della vita che mescola distacco e partecipazione. Una realtà ben nota a Roma e il retorico motto “donne e motori…” per un film che senza essere un capolavoro si fa seguire dall’inizio alla fine facendo sorridere e un po’ riflettere. Con un finale che farà la gioia (e la disperazione?) di tutti gli appassionati di auto sportive.(Giancarlo Zappoli – MyMovies)

C’è un ambiente, forte essenziale – Ostia, l’officina di Stefano, l’obelisco all’Eur dove si svolgono le corse clandestine automobilistiche – e un’innegabile capacità produttiva di Procacci dietro Velocità massima. Storia di “ragazzi di vita”, non proprio di matrice pasoliniana, ma con volti capaci di incidere nella loro presenza (quello di Mastandrea soprattutto, ma anche quelli sorprendenti di Cristiano Morroni e Alessia Barela), in cui il realismo quotidiano non diventa mai rappresentazione visivamente sociologica del degrado. Ambientato appunto ad Ostia, Velocità massima ha come protagonista Stefano, il titolare di un’officina che ha dei debiti da saldare con la banca e che cerca, per dare una svolta alla propria esistenza, di costruire una macchina truccata con un motore potente per poter sconfiggere così Fischio, il suo rivale storico che ha sempre posseduto un’auto potente. ….. Il film di Vicari ha in sé un sano misoginismo (la battuta di Mastandrea “le donne non sono intelligenti ma sono furbe…”) e possiede comunque un suo movimento nel creare i conflitti tra i personaggi, soprattutto quello che coinvolge Stefano, Claudio e Giovanna. Il problema sorge nel momento in cui lo sguardo di Vicari sembra volutamente negargli la possibilità di quell’attraente spettacolarità che rischierebbe di omologare il suo film a una sorta di Fast and Furious italiano. Il cineasta infatti ha in ogni sua inquadratura quasi quell’atteggiamento da “documentarista politico” (tra i suoi lavori precedenti, ha infatti realizzato anche Non mi basta mai assieme a Guido Chiesa) che invece lo penalizza fortemente soprattutto nella povertà visiva nelle soluzioni delle riprese delle corse automobilistiche, probabilmente cercando più di far emergere il tema della disoccupazione che invece, malgrado la continua sottolineatura didascalica, resta spesso in secondo piano. In effetti la forza dei personaggi sembra vivere autonomamente, al di là di ogni strategia di scrittura e di messinscena. Si ha così l’impressione che un’opera come Velocità massima sia più vicina al “modello Procacci” che al mondo degli emarginati che Vicari vorrebbe rappresentare. (Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi)

Vicari disegna una scenario di miseria morale nel buio del quale si accendono luci e speranze (il rapporto di Claudio con i genitori, quel finale con la macchina ‘smontata’). Ben girato, con un occhio rivolto anche allo spettacolo che in qualche passaggio rischia di allentare la tensione, il film è però sostanzialmente di denuncia, quindi propositivo e interessante (Conferenza Episcopale Italiana – Valutazione film)

Velocità massima è un esordio diverso da quello che in molti ci aspettavamo, da parte di un bravo autore di documentari come Daniele Vicari. Ci si attendeva una full immersion nel microcosmo delle corse automobilistiche clandestine, con uno spirito da indagine “sul campo” (quella che Vicari ha, peraltro, davvero effettuato). Siamo invece di fronte ad un film di genere, definizione che il regista rifiuta, ma succede che i critici vedano, nei film, cose diverse rispetto a quelle che l’autore è convinto di averci messo. Per certi versi Velocità massima è una commedia, i dialoghi in romanesco sono vivaci; per altri, è un film d’azione classico, con la tipica dinamica “hollywoodiana” dell’amicizia virile: due amici, uno più adulto e scafato, l’altro giovanissimo e più ingenuo, che trovano complicità in una missione da compiere (la vittoria in una sfida motoristica contro il bullo di turno) e vivono la presenza di una donna (ex pupa del “cattivo”) come un elemento “di disturbo”. Lo sfondo è la sottocultura dell’automobile come religione assoluta, che però Vicari non descrive come un mondo a parte: semmai, come una propaggine naturale della nostra società competitiva, dove il denaro è al tempo stesso un obbligo e un fine. Vicari mette in scena una Roma non molto vista al cinema: le corse si svolgono all’Eur e nei vialoni intorno a Tor Vergata, l’officina dove Stefano e Claudio lavorano, vivono e consumano i propri sogni é sulla riva del mare sporco di Ostia. Il film soffre di qualche lungaggine nella parte centrale, e non sfrutta fino in fondo il crescendo della sfida finale, che in un car-movie americano alla Fast and Furious avrebbe avuto ben altro sviluppo. E’ però efficace il disegno dei due protagonisti, ai quali Cristiano Morroni e, soprattutto, Valerio Mastandrea regalano una bella, intensa spontaneità. Bellissime le musiche firmate dall’ex Csi Massimo Zamboni. (Alberto Crespi – Film TV)

DICHIARAZIONI DEL REGISTA
“…per realizzare un reportage sul mondo dei ‘patiti’ delle automobili, ho conosciuto l’universo notturno delle gare clandestine: ragazzi che durante il giorno conducono vite normali, la notte indossano i panni del ‘pirata’ e si sfidano a velocità folli sui lunghi nastri d’asfalto che attraversano la metropoli (…) In questo ambiente molto maschile dove i sentimenti vengono esasperati…i giovanissimi, ancora in motorino, crescono con il mito del più forte e del più bravo, sognando un’auto sensuale come una donna e veloce come un proiettile, adatta a superare ogni senso di impotenza, ogni frustrazione…metafora di una civiltà, la nostra, basata sull’affermazione individuale ad ogni costo…”



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